72 anni. Cammina piano come se non potesse poggiare i piedi a terra. Rigida nelle spalle curve in avanti, collo ingessato. Voce sottilissima tutta di gola. Occhi semichiusi e con gli angoli esterni abbassati.

Si siede lateralmente sulla sua poltrona. È magra, leggermente arrotondata sui fianchi ma estremamente minuta su spalle e torace che è incassato e fermo.

Mi dice che è venuta per il collo, che le fa molto male, è stata da un fisioterapista e un osteopata ma non ha risolto molto. Adesso ha anche le caviglie e i piedi gonfi, non riesce a camminare.

Le chiedo cos’è successo, perché è così sofferente e lei mi dice che a settembre è morto suo marito. Le chiedo se ha voglia di guarire.

Lei mi dice che stavano insieme da cinquant’anni e si amavano molto. Mi racconta del marito della sua malattia di cinque anni prima, di come l’aveva risolta e di come invece sono stati i mesi da luglio a settembre.

Mi racconta di quanto le manca il suo sorriso, la gentilezza dei suoi modi, il loro prendersi in giro quotidianamente.

tenersi per manoMi racconta che la sera lo sente sotto le lenzuola e allora lei non si muove per paura che lui vada via. È triste, malinconica. Poi mi racconta del figlio, delle nipoti, del ragazzo che la nipote grande ha portato a pranzo da lei.

Io scherzo e riesco qualche volta a strapparle un sorriso.

La faccio stendere comincio a trattarla, è un tronco, in verità sembra una barca a vela in mezzo al mare con tutte le vele spiegate e le cime che tirano dovunque  per cercare di tenere vele, timone e tutto il resto. Non c’è un punto del suo corpo che non sia in tensione.

Il collo è impossibile da trattare, prendo solo contatto. Provo a farla respirare, provo a farle sentire il torace che si muove, poco poco, senza forzare. Poi le chiedo sull’espirazione di mandare fuori un sospiro, lei non ci riesce, io la prendo in giro dicendole che quel sospiro è una schifezza, lei scoppia a ridere. Ricominciamo, esce un vagito di dolore profondo e straziante, ci rimaniamo un po’, lo ripetiamo e lo ripetiamo ancora, finché in qualche modo si esaurisce. E poi giochiamo un po’ con la voce, con le vocali cantate, voglio farle muovere un po’ di energia, un po’ il diaframma, provare a massaggiare il collo dall’interno.

Mi sposto ai piedi per alleggerire la tensione, i piedi e le caviglie fino ai polpacci sono gonfi e rigidi. Delicatamente, piccoli movimenti, piccole pressioni a tutta mano, un po’ di drenaggio della linfa. Per poi passare a dare un pó di calore all’addome, solo calore, la mia mano sinistra poggiata con la precisa intenzione di dare calore e amore.

HO SCESO DANDOTI IL BRACCIO, ALMENO UN MILIONE DI SCALE Eugenio MontaleLa faccio sedere per scaricare spalle e schiena. Il collo si allenta pochissimo, ci sono 10 mesi di tensione, di sospensione, di lotta per la sopravvivenza.

Parliamo tra un ricordo doloroso e un sorriso velato della vita che sta tornando ad affacciarsi.

Si alza da sola, le regalo due noccioli di avocado per massaggiarsi i piedi la sera e le prescrivo le vocali cantate al mattino appena si alza e di cantare durante la giornata.

La sua voce è cambiata e il passo è di chi ha voglia di camminare.

“Ci vediamo lunedì, vengo io da te così non devi essere accompagnata” le dico.

“Dove sono i miei noccioli, ah nella borsa. Non devo fare altro? ” mi chiede gli occhi affettuosi.
Le faccio fare una passerella su e giù nel corridoio che dallo studio porta all’ingresso, le sorrido: “va bene così! gioca con i tuoi noccioli, Canta e sorridi.”

Ci abbracciamo sulla porta, come faccio sempre con i miei clienti, e questa volta con una sensazione di profonda tenerezza e con il cuore colmo di gratitudine per quanto amore mi ha fatto toccare.

Grazie giovare signora anziana

HO SCESO DANDOTI IL BRACCIO, ALMENO UN MILIONE DI SCALE – (Eugenio Montale)